Foto by Virginia De Silva
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C’è un detto etiope che dice “passo dopo passo (kas be kas) anche l’uovo inizia a camminare”. Mi sembra racchiuda alcuni degli aspetti più peculiari di questa terra: la lentezza, intesa come possibilità di ascolto di se stessi e di contatto con gli altri e con il paesaggio, e l’ottimismo speranzoso delle persone che si incontrano. Culla dell’umanità e terra promessa per il rastafarianesimo, custode dell’Arca della Santa Alleanza, l’Etiopia è multiforme e sfaccettata come la sua popolazione e i suoi paesaggi: dai severi altipiani del Tigray, alle acque del lago Tana, dal paesaggio lunare della depressione della Dancalia alla rigogliosa vegetazione del sud.

Lo sguardo si apre e il tempo prende uno scorrere diverso. In Etiopia, che non ha mai adottato la riforma gregoriana del calendario, ci troviamo a fare un salto indietro di 7 anni e le ore della giornata si iniziano a contare dal sorgere del sole. Ci si sveglia con i canti della chiesa ortodossa tewahedo e all’alba le strade brulicano di persone avvolte nelle tipiche sciarpe bianche, i gabi e per le donne le netsela, che si recano alle celebrazioni. La religione e il senso di sacralità permeano l’atmosfera. Quello etiopico è uno dei più antichi cristianesimi africani autoctoni e cioè non frutto del periodo coloniale, e la struttura della chiesa prevede moltissime figure alcune delle quali dai contorni ambigui e misteriosi come i debterà. Nella Chiesa Ortodossa si trovano differenti categorie di operatori: aleka, mergheta, debterà e poi preti e diaconi. I primi si fermano ai gradi più bassi dell'educazione presso la Chiesa, mentre i debterà sono coloro che trascorrono un tempo maggiore presso la Chiesa. Molti di loro sono anche i custodi di quell’eterogeneo contenitore di saperi e pratiche, noti come medicina tradizionale. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con la Conferenza di Alma Ata del 1978, ha riconosciuto il valore delle medicine “tradizionali” come importanti risorse di salute, seppur in maniera molto controversa e attribuendo alla biomedicina, la tradizione medica occidentale, un valore dominante.

La Chiesa Ortodossa ufficialmente non fornisce un'educazione “medica”, né una conoscenza riguardo il lato “oscuro” della religione, come le pratiche esoteriche di invocazione e di strumentalizzazione dei demoni; ma la permanenza presso la Chiesa è comunque l'occasione per acquisirle, tramite il contatto e l'apprendistato presso guaritori più anziani, in cambio di servizi e di denaro. Tra aleka, mergheta e debterà si instaura poi un rapporto di condivisione e di trasmigrazione dei saperi. Durante gli anni trascorsi presso l'educazione religiosa sono soliti scambiare opinioni e saperi con gli altri e “scriversi le erbe”. Soprattutto per i debterà, considerati da Allan Young - famoso antropologo - una vera e propria categoria di “semiprofessione”, questa condizione di “liminalità”, questo essere dentro e fuori la Chiesa, determina l'attribuzione di un giudizio di ambiguità. Le pratiche esoteriche, sono infatti condannate dalla Chiesa ortodossa e coloro che le esercitano sono considerati peccatori. Figure di questo genere possono servire all'interno della Chiesa ma la macchia del peccato non permette loro di raggiungere le posizioni ecclesiastiche più alte come quelle di prete o di diacono. I debterà incarnano quell'ambiguità intrinseca in coloro che hanno il potere di gestire il “bene” e il “male”; conoscono la religione e possiedono le parole di Dio che sono fonte di bene per gli uomini, ma conoscono anche i suoi antagonisti, gli spiriti malevoli. Essi, inoltre, nei trattamenti terapeutici si pongono come mediatori tra l'universo umano e quello sovrannaturale che è così immanente da rendere i contorni di questi due mondi sfumati e non così rigidi come nella cultura occidentale. In Etiopia, infatti, la malattia può avere origini naturali e sovrannaturali.

I volti e i luoghi della cura, sono perciò plurali in Etiopia e si integrano completamente nello spazio e nelle attività quotidiane: case di guaritori, mama che al mercato vendono erbe curative e din (zolfo) per tenere lontani gli spiriti malevoli, fonti di acqua santa (may chelot) utilizzate a scopi terapeutici e protettivi. Anche quello del caffè è un vero e proprio rituale, consumato quotidianamente nell’intimo delle case o nella socialità di un luogo all’aperto. La bunna (caffè in ahmarico) ceremony prevede infatti l’utilizzo di incensi, la tostatura dei chicchi verdi e la fumigazione dei partecipanti con il fumo come buon auspicio, la macinatura e poi con la jebena (la brocca in terracotta) la preparazione di tre caffè: awul, tahuna, baraka (così chiamati in Tigray). Il terzo infatti è la benedizione.

L’Etiopia scoperta passo dopo passo, sa di caffè e berberè, di antiche chiese rupestri, di libri e parole segrete, di quotidianità che, con uno sguardo antropologico, è tutta da interrogare e non dare per scontata.

 

Virginia de Silva|Antropologa.


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