• +39 3459857284
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nel sud-est asiatico per ritrovare le atmosfere incantate incontrate quindici anni fa durante un lungo viaggio in questa parte del mondo, quando paesi come il Myanmar erano ancora luoghi fuori dal tempo. Esistono ancora queste atmosfere? E se sì, in quali dei paesi che non ho visitato?

Il Laos è spesso definito come uno dei più autentici dell’Asia, dove meglio si conservano i costumi tradizionali. Sarà questa la meta giusta? O forse, più che a un singolo paese, sarebbe meglio puntare a specifiche popolazioni che non sono state ancora del tutto assimilate dallo stile di vita occidentale ormai prevalente anche in questa parte del mondo? Approfondisco quest’ultimo approccio e decido che mi concentrerò sul Laos con un viaggio tematico nelle zone a nord del paese, poi Vietnam e Thailandia. Sono infatti queste le zone abitate dalle minoranze etniche che forse più di tutte sono riuscite a preservare le loro tradizioni.

In viaggio verso il Laos alla scoperta delle etnie di montagna

Sono passati circa dieci giorni dal mio arrivo. Dopo un brevissimo soggiorno a Chiang Rai, in Thailandia, sono entrato in Laos e ho navigato lungo il Mekong, assistito all’alba alla cerimonia dell’offerta delle elemosine ai monaci buddisti e visitato i loro affascinanti monasteri; ho passeggiato tra le splendide architetture coloniali di Luang Prabang e infine risalito per ore in long tail boat il fiume Nam Ou, una delle esperienze da non mancare, anche perché lungo le sue rive si incontrano località magiche come Muang Ngoi Neua. Ma l’obiettivo del viaggio, ovvero la conoscenza delle etnie di montagna, non potrebbe essere più lontana. Il motivo principale? I luoghi più conosciuti del Laos, pur interessanti, sono ormai troppo battuti da un turismo che pur autodefinendosi “off the beaten track” risulta piuttosto massificato. Non è quindi facile sottrarsi al classico circuito del turismo “alternativo”, è necessario uscire dalla comfort zone dei transfer perfettamente organizzati, dalle escursioni tutte uguali delle agenzie di Luang Prabang e dirigersi altrove. Ma dov’è questo altrove?

Dopo giorni di domande e ricerche - effettuate anche all’interno di due interessanti istituzioni, l’Hill Tribe Museum di Chiang Rai e il Traditional Arts & Ethnology Center di Luang Prabang - spero di averlo identificato nell’estremo nord del Laos, in particolare nella provincia di Phongsali. Giunto a Muang Khua, circa a metà strada da Luang Prabang, eccomi pronto a scendere dal minivan e a salire su un bus locale decisamente spartano in partenza da una polverosa e sgangherata stazione, e da qui iniziare il lungo viaggio di dodici ore verso il nord del Laos. Dopo un’ora circa, al cambio bus, si avvicina un gruppo di donne in abiti tradizionali. Sono venditrici, certo, e come tali “mascherate” per l’occasione, ma il contesto intorno è così genuino da farle sembrare autentiche. Mascherate o meno, in ogni caso i costumi sono molto belli, siamo entrati in zona Akha e questa etnia è nota per la bellezza degli abiti delle proprie donne.

Il viaggio in Laos prosegue su un coloratissimo bus notturno proveniente da Vientiane, ma è pieno giorno, e i letti psichedelici da una piazza e mezza, che costringono a una posizione semisdraiata non sono il massimo della comodità per godersi il panorama su queste strade sterrate, dove i tratti rettilinei si contano sulla punta delle dita e nelle curve è un attimo rotolare giù dai letti al secondo piano! Mano a mano che ci avviciniamo a Phongsali, si susseguono sempre più frequenti gli incontri con le donne Akha in abiti tradizionali e qualcuna di loro sale anche a bordo per brevi tratti. In questo caso sono persone comuni, nessun teatrino per turisti. Che sia finalmente arrivato nel luogo giusto?

È l’alba di una mattina fredda e piovosa, la nebbia ammanta tutto di un’atmosfera irreale e viene naturale chiedersi se sono ancora nello stesso paese… solo ieri la temperatura sfiorava i 30 gradi. La differenza è data dal fatto che Phongsali è situata a oltre mille e quattrocento metri, in una zona di montagna non lontana dai confini della Cina, dove le condizioni climatiche sono più fredde e umide e la nebbia una costante. Ma questo è definitivamente il luogo giusto. Appena arrivato in città ho organizzato un trekking guidato di tre giorni nella zona a nord, tra i villaggi dell’etnia Akha, una delle più caratteristiche del sud-est asiatico. Come altre insediatesi in migrazioni successive nelle zone a nord del Myanmar, del Laos, della Thailandia e del Vietnam, anche questa popolazione ha origini tibetane. Si è spostata prima nello Yunnan, in Cina, e poi qui nelle zone più impervie di montagna, dove hanno conservato le pratiche comunitarie e usanze millenarie.

Approfondimento.

Vuoi saperne di più sulle usanze millenarie degli Akha? Leggi il nostro articolo:

In realtà, come scoprirò, il quadro è più complesso e i sottogruppi sono diversi, ma dalle foto sembra che non rimarrò deluso.

Finalmente nei villaggi Akha! Il viaggio entra nel vivo

Si parte. Tappa di avvicinamento a bordo di un bus vecchissimo, stracarico di ogni tipo di mercanzia e animali. Accompagnati dalle note del pop laotiano sparato a tutto volume da un impianto hi-fi degno di una discoteca, iniziamo a inerpicarci per strade di montagna per buona parte sterrate e piene di buche. A nord della località di Hatsa, a monte di una delle numerose dighe che i cinesi hanno costruito sullo splendido fiume Nam Ou, la strada finisce e ci imbarchiamo in una stretta barca a motore fino ai piedi di un villaggio che è stato costretto a spostarsi più in alto a causa dell’inondazione causata dalla costruzione della diga. Raggiunto dopo una lunga camminata, veniamo ospitati dal capo villaggio e nella sua casa consumiamo il pranzo. È il primo villaggio completamente di etnia Akha che incontriamo. Mi spiegano che di solito le diverse etnie tendono ad abitare in villaggi diversi, a non mischiarsi, e questo è particolarmente vero nelle zone più remote dove, soprattutto gli Akha, si sono storicamente rifugiati. I governi dei paesi in cui vivono queste popolazioni adottano nei loro confronti atteggiamenti ambivalenti che vanno da tentativi di assimilazione più o meno forzata attraverso l’adozione di lingua, religione e tradizioni del resto del paese, al rifiuto di riconoscerli come parte integrante dei paesi stessi, con i normali diritti e doveri dei cittadini, costringendoli quindi ad una situazione di limbo non meglio regolamentato. In molti di questi villaggi l’attività principale rimane un’agricoltura di pura sussistenza niente affatto favorita dal terreno, che salendo di quota è sempre meno fertile, e si pratica ancora il sistema del “taglia e brucia”, per cui si bruciano a rotazione dei tratti di foresta per far posto a nuove coltivazioni. Sistema che oltre a danneggiare l’ambiente oscura, soprattutto a marzo e aprile, i cieli di buona parte dei paesi che mantengono ancora viva questa tradizione altrove dichiarata illegale, come, ad esempio, in Thailandia.

La dimensione domestica

Le case sono tutte di legno più o meno fatiscenti, intorno fango, polvere e animali che vagano liberi. Il panorama, che pur da quassù sarebbe molto bello, è in gran parte nascosto dalla fitta nebbia che crea un’atmosfera piuttosto spettrale. Atmosfera che, a dire la verità, si ritrova anche all’interno delle case. Ormai, grazie soprattutto ai pannelli solari che pare siano venduti dai cinesi a basso prezzo, anche i villaggi più sperduti sono raggiunti dalla corrente elettrica, ma le case conservano la stessa atmosfera fumosa. I fuochi, sia per cucinare che per scaldarsi e allontanare gli insetti, sono infatti accesi in cucina in una sorta di primitivo forno a legna, e nel resto della casa spesso direttamente sul pavimento senza che esista alcuna via di uscita per il fumo, generando così una cappa che rende l’aria molto acre. Se consideriamo poi le numerosissime sigarette e il tradizionale bong o pipa ad acqua che gli uomini sono soliti fumare, si capisce come in queste case la vita per un non fumatore non sia proprio uno scherzo.

Tradizionalmente nelle case c’è una parte dedicata alle donne, dove vi è anche la cucina, e una parte, di solito più ampia, che funge da spazio pubblico, con l’arredamento che spesso è formato solo da un tavolino e alcuni sgabelli. Accanto alle rispettive zone giorno, in spazi di solito separati da una semplice tenda, ci sono le zone notte, arredate con stuoie e coperte disposte sul pavimento.

Non si può entrare in una casa degli Akha senza che vi venga offerto un bicchiere di Beerlao, o ancor più spesso di lòw-lòw o lao-whisky, un distillato giallognolo che brucia come fuoco e che non si può praticamente rifiutare, con il risultato di uscire piuttosto alticci dall’esperienza, soprattutto quando le visite e le conseguenti bevute iniziano dalla prima mattina.

Le donne custodi della tradizione

Dopo aver salutato i membri della famiglia, aver brindato con loro e bevuto innumerevoli bicchieri di tè e caffè, iniziamo la nostra camminata verso il villaggio successivo lungo un sentiero di montagna divenuto un tracciato per le onnipresenti motociclette cinesi, che molti giovani del posto usano per spostarsi da un villaggio all’altro dimostrando un’abilità non indifferente. Ma poco dopo, lungo il percorso, a ricordarmi come la modernità delle motociclette conviva con i costumi più antichi, assisto alla scena senza tempo di un gruppo di uomini alle prese con il carico di pesanti ciocchi di legna nelle bisacce di alcuni cavalli.

Ci scaldiamo intorno al fuoco acceso dai taglialegna, ripartiamo e poco dopo ci fermiamo davanti a quello che sembra un incrocio tra un saloon e uno store, costruito al crocevia di alcuni sentieri in mezzo alla foresta. Qui gli uomini provenienti da diversi villaggi, e che non sembrano avere molto da fare almeno in questo periodo dell’anno, si riuniscono per chiacchierare ma soprattutto, a giudicare dalla quantità di bottiglie che vedo in giro, per bere e fumare in compagnia. La guida mi spiega che la maggior parte non ha un lavoro vero e proprio e i più semplicemente lavorano nei campi.

All’improvviso, mentre veniamo invitati a unirci al gruppo, si affaccia alla finestra una ragazza piuttosto giovane, è una Akha Phouli con un elaboratissimo copricapo impreziosito da collane, orecchini e ciondoli di argento, che così vestita non sfigurerebbe in un documentario del National Geographic. L’emozione è forte, questo è ciò che stavo cercando. Pur consapevole della necessità di accettare l’evoluzione dei costumi e la progressiva quanto inevitabile occidentalizzazione anche delle società più tradizionali, è innegabile che, per chi come me è rapito dal fascino dei popoli nativi, incontrare ciò che si è sperato di vedere è la realizzazione di un sogno, è la consapevolezza di star vivendo un’esperienza straordinaria e fuori dal tempo. Questo viaggio in Laos continua a sorprendermi. Vengo a sapere che la ragazza è la moglie di una delle guide dell’agenzia con la quale sto effettuando l’escursione, guida che ho conosciuto ieri presso l’ufficio e che, come gli altri, era vestito in maniera del tutto simile a quella di un suo coetaneo europeo, con tanto di cellulare e occhiali da sole. Nella maggior parte delle minoranze etniche del sud-est asiatico sono infatti le donne a mantenere viva la tradizione indossando gli abiti e le decorazioni più caratteristiche. E gli Akha non fanno eccezione. Gli uomini vestono ormai da tempo abiti del tutto occidentali, tranne che nelle grandi occasioni, mentre le donne, soprattutto una volta sposate, continuano a usare gli abiti tradizionali più o meno elaborati a seconda dell’occasione.

Accompagnati da nebbia, pioggia e da un vento gelido dal nord, proseguiamo il nostro cammino e giungiamo infine al villaggio Akha che ci ospiterà per la notte, adagiato in una splendida posizione in cima a una cresta montuosa. Il benvenuto da parte dei numerosi cani da guardia che vagano per le strade non è dei migliori, ma per fortuna sono richiamati dai padroni e ci lasciano raggiungere la casa del capo villaggio che ci ospiterà questa notte. L’accoglienza è calorosa. Come consuetudine, ci viene offerto del lao-whisky e subito dopo una cena tipica (non manca l’onnipresente sticky rice a cui si vanno ad aggiungere carote bianche, bambù amaro e una crema di semi di oppio), che mangiamo seduti intorno a un tavolino, prendendo il cibo dalle ciotole poste al centro e riempiendo le nostre con non poca difficoltà usando i classici bastoncini.

Verso i villaggi di etnia Laoseng

Andiamo a letto presto, dobbiamo liberare la stanza comune perché in serata si svolgerà una importante riunione degli anziani. Dovranno decidere come affrontare la visita del funzionario del governo che ha come tema la possibilità di continuare a coltivare l’oppio e l’entità dell’eventuale tassa da pagare alla polizia per chiudere un occhio.

Le giornate qui iniziano presto, di solito verso le sei. Prima di partire ho quindi tempo per visitare la scuola locale, una costruzione semiaperta in legno piuttosto malridotta dove studiano e giocano i molti bambini di questo villaggio di circa centocinquanta anime. Ovviamente l’arrivo di un visitatore desta sempre curiosità, le lezioni vengono prontamente interrotte e in un attimo sono circondato da una folla di bimbi festanti. È un piacevole risveglio e un bell’energetico per la lunga giornata di cammino che mi aspetta.

Si riparte. Proseguiamo il nostro cammino lungo i crinali di questi monti a circa milleduecento metri di altezza, ostinatamente avvolti dalla nebbia, fino a quando raggiungiamo un altro villaggio Akha. Pranziamo nella casa del capo villaggio, è molto amichevole e meno riservato degli altri, mi introduce anche alla parte femminile della casa ed ho il permesso di entrare in cucina e fare qualche foto alle donne che preparano il pasto.

Chiedo di fare una passeggiata per il villaggio. Anche qui la fitta nebbia avvolge tutto e cammino lentamente sfiorando le ombre di persone e animali che sbucano dal nulla come spettri. Alcune di loro portano in mano degli oggetti lunghi che, a uno sguardo più attento, assumono una sagoma inconfondibile: sono cani appena scuoiati pronti per esser messi in padella. Resto un po’ scosso da questa immagine, ma so bene che, come altri animali domestici e i molti animali selvatici, i cani sono da sempre parte integrante della magra dieta di queste popolazioni. Nel frattempo la mia presenza attira l’attenzione di molti bambini che si avvicinano per giocare, mentre di tanto in tanto alcune donne in costume tradizionale scivolano via veloci protette dalla foschia.

Prima di ripartire andiamo a salutare il vecchio capo nella sua casa dotata di pannelli solari e di antenna satellitare - ce n’è almeno una per ogni villaggio - e noto sulla parete, radunati in una sorta di grande bacheca, una strana rappresentanza dei simboli del paese. Tra questi c'è la bandiera nazionale accanto a quella comunista (il Laos è una delle ultime repubbliche socialiste monopartitiche), il ritratto di Marx accanto a quello di Lenin, ci sono calendari con delle donne orientali “ingessate” nei loro abiti tradizionali e varie banconote laotiane e straniere. Uno strano connubio che però ricalca la situazione del mondo di mezzo in cui si trovano a vivere queste popolazioni, sempre in bilico tra le tradizioni più arcaiche - come le porte degli spiriti all’ingresso dei villaggi, che proteggono dagli spiriti della foresta e della montagna - e il nuovo che avanza, come i jeans strappati indossati dal figlio dello stesso capo.

Durante questo viaggio in Laos il maltempo è una costante e visto che le condizioni climatiche non accennano a migliorare, decidiamo di lasciare le montagne. Iniziamo così una ripidissima discesa verso il villaggio di etnia Laoseng dove passeremo la notte. Finalmente la nebbia si dirada e godiamo di ampi scorci sulle fitte foreste che si distendono a perdita d’occhio. I sentieri che percorriamo sono quelli da sempre usati dalla gente dei villaggi per muoversi in questi luoghi e non prevedono altra via che quella più breve tra un punto e l’altro, di conseguenza le pendenze sono notevoli sia in salita che in discesa. Stanchi ma soddisfatti arriviamo al fondovalle e guadiamo il fiume Nam Nyai prima di raggiungere il villaggio che sorge lungo le sue sponde.

Qui noto parecchie differenze rispetto ai villaggi degli Akha. Siamo a una quota inferiore di circa mille metri, per cui l’ambiente è diverso e con esso le strategie di adattamento sviluppate. Le case sono costruite prevalentemente in bambù e sono quasi tutte su palafitte. In questo modo sono maggiormente isolate dal terreno e la parte sottostante può essere usata come magazzino e come stalla per gli animali. L’attività prevalente nel villaggio è la pesca, effettuata con delle reti e delle trappole nel fiume. Osservo che pur essendo sempre piuttosto isolati dal resto del paese – il villaggio è raggiungibile solo via fiume o attraverso un lungo sentiero – nessuno indossa più gli abiti tradizionali e i giovani vestono a volte abiti alla moda, sebbene la gran parte degli abitanti continui a usare solo economici abiti Made in China, il più delle volte vecchi e malridotti. Secondo la mia guida, questa perdita dei costumi tradizionali in Laos è sinonimo di pigrizia prima ancora che di mancanza di identità: risulta molto più veloce ed economico andare in città e comprare degli abiti confezionati piuttosto che cucirne a casa di nuovi. Questo era un lavoro svolto dalle donne e occupava molto tempo; inoltre qui, come presso altre etnie di questa parte del mondo, in passato gli abiti tradizionali venivano spesso venduti ai turisti stranieri per ricavarne denaro e di conseguenza sono andati perduti per sempre. Ciò che non cambia molto è invece il cibo e la tradizione dei molteplici brindisi a base di lao-whisky, per cui anche stasera, dopo aver ricevuto la visita di molte persone del villaggio, andiamo a letto un po’ allegri.

Sosta in un campo di oppio e trekking lungo il French Trail

La mattina dell’ultimo giorno, a causa del cambio di programma dovuto al maltempo non si prevedono visite a villaggi ma un lungo trekking attraverso quella che la guida chiama primary forest. L’idea di foresta vergine che ho in mente è un po’ diversa da questa, ma non si può negare che per chilometri non si vedono altro che chiome verdi di alberi che si stagliano verso l’orizzonte. È tutto un susseguirsi di sali e scendi e di guadi di fiumi all’interno di questo bellissimo ambiente, dove si notano le prime aggressioni delle grandi aziende cinesi del legname che, più o meno legalmente, hanno iniziato a intaccare alcuni tratti di foresta. A questo proposito, se da una parte è innegabile come l’aiuto della Cina sia di grande importanza per il paese, dall’altra non si può nascondere che corruzione, avidità e mal governo siano causa anche in quest’area di innumerevoli problemi ambientali provocati dallo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Solo per citarne alcune: la proliferazione delle dighe, quella degli stabilimenti minerari, il taglio indiscriminato delle foreste.

Esperienza iconica e piacevolissima, che chiunque è tentato di fare quando si visita il sud-est asiatico, è una sosta in un campo di oppio. Qui vicino c’era un villaggio Akha abbandonato da poco, ma gli abitanti vengono ancora regolarmente a coltivarlo, tanto che la guida mi fa notare le recenti incisioni sulle capsule che formano i frutti dell’oppio. Il liquido bianco usato per produrre i vari derivati dell’oppio viene estratto incidendo queste capsule quando sono ancora verdi; quando invece la pianta è secca, si raccolgono i semi che sono usati anche in cucina. Aprendone uno, ne assaggio una manciata anch’io. Buoni ma, in quanto semi, del tutto privi di effetti. La produzione di oppio, portata avanti soprattutto dalle popolazioni di montagna, è parte integrante della cultura e dell’economia di questa zona anche se l’area non rientra ufficialmente nel cosiddetto Triangolo d’Oro, e i contrastanti messaggi che arrivano dai governi per fronteggiare il problema dimostrano quanto complessa sia la questione della sua eradicazione.

Proseguiamo il trekking lungo il French Trail, realizzato dai francesi ai tempi del colonialismo e, quasi al buio, arriviamo in vista della nostra meta: un villaggio raggiunto da una strada sterrata alle porte di Phongsali, qui ci aspetta il pick-up dell’agenzia che ci riporta in città.

Immersi nella natura selvaggia e in un mondo tanto arcaico quanto in evoluzione, questi tre giorni tra le etnie del Laos hanno rivelato sia la complessità delle problematiche vissute da queste popolazioni sia il loro fascino, che rimane intatto nonostante i cambiamenti. Un mondo ancora tutto da scoprire, un mondo in cui i popoli nativi lottano quotidianamente per uno sviluppo sostenibile e giusto che non implichi, inesorabilmente, la scomparsa delle loro tradizioni più autentiche.


Questa destinazione di interessa?

Chiedici informazioni sul viaggio, possiamo organizzarlo per te!


Contattaci ora


Seguici

Latitude 180° è anche sui social...

NEWSLETTER

Iscriviti alla newsletter per ricevere in anteprima i nuovi itinerari!