La teoria del caos, l’arte del bivacco e la rivincita dei gatti neri. Racconto semiserio di un corso di guida nel deserto

Questa volta vi racconto un’esperienza di viaggio vissuta dall’altra parte della barricata, come parte di un gruppo e non come accompagnatore.

  • Destinazione: deserto della Tunisia per un corso di guida sicura su sabbia.
  • Macchina scelta: una potente quanto capiente Jimny (ahahah).
  • Compagna di viaggio: una vecchia amica, nonché un generatore automatico di caos (qui voce narrante).

Entreranno a far parte di questa breve storia: 10 adulti (?), fuoristrada di tutto rispetto, qualche decina di insabbiamenti, barzellette da veri uomini, gatti neri e ammortizzatori rotti, un maiale vietnamita, Kant e Heidegger nel disperato quanto vano tentativo di alzare il livello.

Ignorare le premesse è sempre un errore

Non le promesse, che si sa hanno le gambe più corte delle bugie, ma le premesse sì che sono importanti. Nelle premesse c’è scritta ogni cosa, anche la fine se uno le sa leggere.
E quando, sfrecciando verso il porto di Genova, realizziamo di aver scordato la vanga e cerchiamo freneticamente un Brico Center in cui fermarci a comprarla è subito chiaro che le premesse sono quelle che sono.

Il lancio dei dadi

Quando il Grande Architetto lancia i dadi non è dato conoscere gli esiti, di conseguenza prendi ciò che arriva. Lo stesso principio muove le prenotazioni di un viaggio di gruppo: può andare molto bene, può andare molto male. A noi è andata molto bene.
Arriviamo all’imbarco della nave trafelati ma puntuali, armati di vanga d’ordinanza, troviamo gli altri equipaggi e procediamo alle presentazioni di rito.

La nostra guida è Luciano Santiprosperi, un esperto istruttore della Federazione Italiana Fuoristrada. Romano de Roma, è la persona più simpatica e amabile in cui potessimo imbatterci. Fonte inesauribile di barzellette e lezioni di romanesco, purtroppo è anche un ottimo cuoco con grossi problemi nella gestione delle porzioni. Infatti, torneremo tutti a casa con due chili in più.

Dopodiché, in ordine sparso:

  • Una Jeep Rubicon super accessoriata, guidata da un farmacista che è un pozzo di scienza.
  • Una Pajero guidata da un uomo di magnitudo 8.9 che viaggia con un suo amico filosofo, convinto sostenitore della vita contemplativa.
  • Una Jimny in assetto minimal con a bordo un portatore sano di cultura (purtroppo per lui, capitato nel gruppo sbagliato).
  • Un Defender dell’esercito accessoriato come una trincea della prima guerra mondiale, cioè con niente. Lo guidano una donna tostissima e un secondo pilota che ben presto confesserà di possedere un maiale vietnamita da passeggio.
  • Un Defender guidato dal ragazzo più giovane del gruppo, nonché l’unico che avrà per tutto il viaggio la forza di correre su e giù per le dune in soccorso ora di questo ora di quello.

Infine noi due, gli sfollati a bordo della Jimny.

Programma: arrivare a Douz, dove incontreremo Mohamed, la nostra guida tunisina. Quindi entrare nell'erg, il deserto sabbioso, e percorrere circa 200 km tra dune e piste prima di arrivare all'oasi di Ksar Ghilane dove la nostra avventura si concluderà.
Il viaggio in nave scorre liscio fra risate e lezioni in cui apprendiamo come cambiare i filtri, a quale livello portare la pressione delle gomme, quando usare le marce ridotte, come agire in caso di insabbiamenti, stallonamenti e recupero veicoli.
Qualcuno prende appunti, qualcuno è già esperto, tutti non vediamo l’ora.

Viaggia leggero e non dimenticare l’amuchina

Siamo partiti rispettando solamente a metà il sacro principio “viaggia leggero e non dimenticare l’amuchina”. La prima parte è sacra per Riccardo, la seconda per me… ça va sans dire.
Non sapendo che avrei avuto l’incredibile fortuna di viaggiare con un farmacista ho portato una vagonata di medicine, scoprendo dopo il primo bivacco di aver lasciato a casa l’unica fondamentale: la citrosodina.

Siamo partiti con la Jimny stipata all’inverosimile: viveri, stoviglie, taniche di benzina, acqua, e ancora viveri, tenda e tappetini, sedie e tavolo da campeggio. Ma anche: strop, filtri, compressore, air-jack (ma figurati se stalloniamo), misuratore di pressione, cassetta degli attrezzi (che tanto nessuno di noi due sa usare), patatine e birra perché almeno quando il mio compagno di viaggio cerca di arginare il caos io posso assistere allo spettacolo senza annoiarmi.

In due abbiamo quattro sacchi a pelo: uno a testa per noi e uno per i nostri amici immaginari, suppongo. E invece no!
La metà ordinata della Jimny, atterrita all’idea delle mie ritorsioni in caso di “troppo freddo, troppo caldo, troppo tiepido”, ha deciso che melius est abundare quam litigare e dunque eccoci qui a contemplare l’Universo così come doveva apparire subito dopo il Big Bang.

Il teorico dell’ordine a ogni costo si danna per assicurare il bagaglio con un complicatissimo intrico di lacci, stringhe e cinghiette che sono un mistero persino per lui che li ha montati, figurarsi per me.
Io - che sono più vecchia di sei mesi, dunque ho più esperienza e dunque so che il caos vince sempre - tengo a freno lo scetticismo con un autocontrollo ammirevole (il pericolo che mi abbandoni in pieno deserto senza amuchina non va sottovalutato).
Eroicamente taccio e stono fra me e me I’m calling you, l’immortale colonna sonora di “Bagdad Café” che ci conduce dritti dritti al capitolo successivo.

Il tè nel deserto

Arriviamo dal niente, andiamo verso il niente e nel mezzo, all’improvviso, fa capolino un bar.
Il cielo è uno zaffiro striato di nuvole, le dune una scenografia perfetta contro cui si stagliano i fuoristrada.
Beviamo un delizioso tè verde bollente alla menta intorno a un accogliente tavolo di legno, il giallo intenso della sabbia intride l’aria. Mohamed saluta con calore alcune guide che arrivano a bordo dei camion di supporto a un gruppo di motociclisti, il gestore del bar osserva le loro effusioni rumorose scuotendo la testa mentre sommessamente dice: “ah, les amis”.
Riparto con la sensazione di aver distillato una metafora della vita da una sosta di trenta minuti.

L’arte del bivacco

Un giorno e poi un altro, e un altro ancora. Il sole tramonta su un numero indefinito di insabbiamenti e soste fra le dune, con vanghe e verricelli all’opera quasi ininterrottamente. Tramonta lasciando filamenti di nuvole rosa a galleggiare nell’aria. Allestiamo il campo mentre il crepuscolo indugia.
Dopo aver acceso il fuoco, Mohamed impasta il pane e lo cuoce sotto la cenere. Ci chiama per mostrarci l’alba della luna, la luna che sorge dalle dune, non più piena ma ancora grande e luminosa.

La preoccupazione di aver portato troppi viveri sfuma la prima sera, quando appare subito evidente che l’inappetenza non è un problema che affligge il gruppo. Astemi non pervenuti.
L’ilarità è contagiosa, il freddo pungente si combatte con il vino, le barzellette da veri uomini pure. Tutti hanno una bella storia da raccontare, a tratti avventurosa, a tratti divertente e intensa… se non avessi le braccia marmate li abbraccerei.

A notte fonda, io e il mio compagno di viaggio ci infiliamo nella tenda che abbiamo montato dopo accurate quanto inutili osservazioni del terreno e ci ritroviamo a dormire lungo una pendenza che Alberto Tomba non avrebbe saputo affrontare in piedi sugli sci, figurarsi noi sdraiati dentro i sacchi a pelo.

La notte trascorre tra continui risvegli mentre cerchiamo di non franare a valle.
Quando il sole sorge e il campo si sveglia, siamo rigidi come arbusti dopo una lunga siccità, ma non importa. La linea morbidamente ondulata dell’orizzonte, l’aria tersa come il cristallo, il silenzio assoluto, la tavolozza dei colori ridotta all’essenziale, mi accendono dentro la sensazione di avere proprio qui e proprio adesso tutto ciò che l’anima possa desiderare.
Una sensazione che si radica con forza in un punto indefinito fra il cuore e lo stomaco, e lì rimane.

Prove pratiche di ritallonamento

Con il passare delle dune va sempre meglio ma, chi più chi meno, ci insabbiamo tutti.
Anche noi procediamo spediti sulle tracce di Luciano che apre la pista finché… BUM!
Forse abbiamo bucato... Commento con questa timida affermazione il mostruoso botto che abbiamo fatto calando giù da una duna con la grazia di un meteorite.
L’uomo dell’ordine a ogni costo mi guarda senza verbo ferire. Io roteo gli occhi verso il basso fingendomi impegnatissima a cercare la prova dell’esistenza di Dio nel cassetto del cruscotto. E toh, la trovo quando l’uomo di magnitudo 8.9, nonostante la visibilità zero, ha la prontezza di fermare la Pajero in bilico sulla duna alle nostre spalle senza franarci addosso. Siamo salvi.
Tutti gli equipaggi convergono verso di noi ed è subito lezione pratica di ritallonamento perché non abbiamo bucato, abbiamo stallonato! Ovvero, lo pneumatico è uscito dal cerchione e va rimesso in sede.
È il momento di sembrare efficienti, capaci e preparati… Dopo consultazioni che neanche ai box della Ferrari, tiriamo fuori l’air-jack per sollevare la macchina e Luciano sfodera un trucchetto da far invidia a Houdini, rimettendo a posto la ruota nell’entusiasmo generale. Un finale “col botto”, ecco.

A proposito di Kant…

Grazie al portatore sano di cultura, l’illustre filosofo appare all’improvviso nella conversazione in ottima compagnia di Heidegger. E altrettanto rapidamente scompare di fronte ai nostri sguardi vacui. Dopo qualche tentativo il portatore sano di cultura si arrende, ma senza saperlo ha aperto un cassetto del mio cervello da cui spunta un aneddoto. Ve lo racconto.
Ogni giorno, per tutta la sua vita di adulto, Kant percorse la stessa strada che da casa lo conduceva all’università dove insegnava, e viceversa. Un anno decise di andare in villeggiatura per due settimane. Il quarto giorno era così annoiato che fece i bagagli e se ne tornò da dove era venuto. Per dire.

Mai sottovalutare il terzo gatto nero

Durante la sosta a El Jem, dopo un comico slalom fra gatti neri, teorizziamo il primo principio della superstizione: se cammina da sinistra verso destra, si annulla da solo.
Però siete avvisati: meglio non pronunciare questa stronzata ad alta voce perché il gatto nero vi sente e vi fotte. Parola di scout.
Potete ignorare il passaggio del gatto nero numero uno. Se siete maschi, potete provare ad arginare con una toccatina gli effetti nefasti del gatto numero due, ma non dovete mai, e sottolineo mai, sottovalutare il passaggio del gatto nero numero tre, anche se cammina da sinistra verso destra.
Infatti, mentre tutti baldanzosi percorriamo l’autostrada che conduce a Tunisi con il motore della Jimny che vibra e si spegne in corsa ogni due minuti, e già basterebbe, sentiamo il rumore di qualcosa che salta via.
Forse uno di quei pezzi utili che tengono insieme la macchina, penso.
Accostiamo, scendiamo, verifichiamo e ripartiamo senza aver capito niente.

Siamo uomini o canguri?

Dopo qualche minuto, l’andamento vistosamente sussultorio dell’auto ci fa sospettare qualcosina. Nuova sosta, nuova consultazione e ovvie conclusioni: sono saltati i bulloni degli ammortizzatori anteriori.
Ci inoltriamo in un paesino in cerca di un meccanico ma il tardo pomeriggio non depone a nostro favore, è tutto chiuso. Per fortuna chiediamo informazioni alla persona giusta, quella che ha il cugino risolutivo, lo chiama a casa e gli chiede di venire a soccorrerci.
Fermi in strada lo aspettiamo, presto ci raggiunge e risolve il problema per venti onestissimi dinari. Il caos trionfa sempre, ma l’ordine sa prendersi le sue rivincite.

È tardi, è ora di ripartire verso l’albergo, verso il porto, verso casa.
Sul ponte della nave penso che Novalis aveva ragione: “Ogni ricordo è un presente”.

Le cose che ho imparato

Le dune si affrontano con dolcezza.

Se mi perdo nel deserto devo cercare una pista, per trovare una pista devo seguire la cacca di cammello. Se i cammelli in cui ripongo la mia fiducia sono stitici, ho un problema.

Se disgraziatamente mi capita di stallonare, devo tenere bene a mente che non sono Luciano e dunque stare attenta a non amputarmi le dita scherzando con liquidi infiammabili e accendini.

Nel deserto la spazzatura si brucia, ecco perché bisogna partire con stoviglie riutilizzabili, oppure rigorosamente di carta, posate di metallo, sacchetti biodegradabili. Ma cosa fare delle bottiglie di vetro e di plastica? Noi ce le siamo riportate a casa per smaltirle nella differenziata.

Frammenti sparsi

Nella notte di pece, il faro di un motorino che in lontananza percorre una pista. Appare e scompare fra le dune diretto chissà dove, per chissà quale ragione.

Il peso metafisico della Via Lattea. Con la sua bellezza prepotente cancella, e in un attimo sostituisce, tutti i ricordi di cieli stellati che conservo dentro di me.

Strisciare carponi fuori dalla tenda e restarsene lì impalati a osservare le impronte perfettamente simmetriche di sconosciuti insetti, che paiono leggeri ricami sulla sabbia.

Le farfalle che si rincorrono fra le dune. Di fronte alla mia sorpresa Mohamed dice: “nel deserto c’è tutto”.

Due cuccioli di dromedario che all’improvviso fanno capolino dal cassone di un pick-up in sosta.

L’alba della luna.

Les amis.

 

Rosalba Biscione Copywriter


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