Le tradizioni del popolo Himba: il calcolo dell’età anagrafica, il matrimonio, la comunità

L’approccio antropologico al viaggio riserva tante occasioni per imparare a vedere il mondo con gli occhi di altri popoli. Provare a uscire dal proprio consueto punto di vista, anche solo per pochi giorni, è un piccolo salto nel vuoto che rigenera. 

Durante il viaggio in Namibia tra i villaggi di etnia Himba approfitto quindi della mia guida, anch’essa un Himba, per scoprire tradizioni e cultura del popolo rosso. 

 

Quanti anni hai?

Questa innocua domanda dà il via a una interessante conversazione con la guida, che mi spiega un fatto curioso. Nei villaggi Himba tradizionali non si conosce la propria età se non facendo il confronto con l’età degli altri membri del villaggio e con avvenimenti importanti per la comunità. Quindi chiedendo gli anni a qualcuno si riceve una risposta che ha valore solo all’interno della comunità, per esempio: sono nato quando è nato il figlio di, nell’anno della grande siccità, e via discorrendo in un susseguirsi di riferimenti tanto affascinanti quanto inutili ai fini di una identificazione anagrafica così come noi la intendiamo. E questo, mi spiega, è un problema piuttosto serio quando, com’è capitato a lui, in occasione delle elezioni gli addetti dell’anagrafe vengono inviati anche nei villaggi più lontani per inserirne i membri nelle liste dei votanti (gli Himba hanno gli stessi diritti degli altri cittadini). Nonostante sia un Himba - pur avendo lasciato il suo villaggio da tanti anni per studiare in città - neanche per la mia guida è facile risalire all’età di una persona quando si trova in un villaggio sconosciuto.

Sposarsi non è una passeggiata. O forse sì. 

Pur se i villaggi Himba sono molto sparsi sul territorio e a volte lontani gli uni dagli altri, tendenzialmente i matrimoni avvengono con persone al di fuori del proprio villaggio. Ciò significa che i giovani, prima del matrimonio, percorrono grandi distanze a piedi per raggiungere il villaggio dove si è conosciuto il proprio partner, e spesso gli incontri avvengono lontano nel bush, alla larga da sguardi indiscreti se non quelli di qualche animale selvatico. 

Gli animali domestici e l’arte di ritrovarli quando si smarriscono. 

Spesso gli animali degli Himba sono lasciati liberi di vagare nel bush, pertanto mi chiedo cosa succeda nel caso in cui qualche capo si perda e come si faccia a ritrovarlo. Mi risponde che entra in gioco la conoscenza del territorio e delle abitudini degli animali. Essi sanno che le necessità primarie spingeranno i capi smarriti verso i luoghi dove si trovano la vegetazione più adatta e l’eventuale fonte di acqua, pertanto gli Himba possono ripercorrere le tracce dell’animale fino a ritrovarlo. Sono queste le occasioni in cui può capitare di trascorrere giorni e giorni nel bush, spesso in completa solitudine. Ed è durante questi momenti che gli Himba hanno gli incontri più ravvicinati con la fauna selvatica. Com’è facile immaginare, il leone è il più pericoloso, in quanto è l’animale che tende ad avere meno paura dell’uomo, soprattutto quando è da solo nel bush. Ma anche le iene possono diventare pericolose se fiutano che la persona non è nel pieno delle proprie forze. Possono seguirla per giorni senza nascondersi ma anzi rendendo palese la propria presenza, contribuendo così a fiaccare la resistenza della preda che tenderà a stare più in guardia e di conseguenza a indebolirsi ancora di più. Inizia quindi una sorta di caccia del gatto con il topo, spesso con esiti fatali. E per quanto rari, nelle zone più selvagge del continente gli attacchi di questo tipo all’uomo continuano ad avvenire.

Il legame con la comunità: allontanarsi è una scelta definitiva.

La società Himba è molto tradizionalista e ha scelto di non assimilare i costumi occidentali. Ciò non significa che i singoli, in particolare i giovani, non desiderino cambiare il proprio stile di vita. La guida mi spiega che se un ragazzo raggiunge la città, lo stato si impegna a provvedere a lui sia per quanto riguarda l’istruzione che per le altre necessità. Ma facendo così, com’è capitato a lui, si esce definitivamente dalla propria comunità, nella quale, pur volendo, molto difficilmente si riuscirà a rientrare. In una società come quella Himba, dove il possesso del bestiame determina la ricchezza di una famiglia e dove la possibilità di accudirlo è fondamentale per il mantenimento della stessa, un figlio che decide di andare a studiare in città è una grossa perdita economica e, di conseguenza, questa scelta è assai malvista. Inoltre, non dimentichiamo che nonostante lo stile di vita tradizionale e seminomade (quindi ai nostri occhi poco legato al concetto di ricchezza), il possesso del bestiame dà alle comunità Himba una ricchezza ben maggiore rispetto a quella di buona parte delle popolazioni urbanizzate che stentano a sopravvivere ai margini delle città africane, spesso in condizioni di grave disagio. In caso di necessità, la vendita di un animale può rappresentare per la famiglia un introito di diverse centinaia di dollari, questo in un paese dove sopravvivono sacche di povertà in cui non si arriva a guadagnare un singolo dollaro al giorno.

 

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