Tra i villaggi di etnia Herero e le tribù angolane nella regione del Kunene, in Namibia

Il viaggio in Namibia continua verso un villaggio Herero di cui la guida conosce il capo. Proseguiamo in direzione nord attraversando un paesaggio sempre più grandioso, dove a foreste di mopane si alternano grandi spazi semideserti punteggiati da enormi baobab.

È ormai notte e finalmente il rombo del fiume Kunene, che precipita nella profonda gola a formare le Epupa Falls, annuncia il nostro arrivo all’Epupa Camp, dove montiamo il campo sotto una luna che rende magica l’atmosfera. Siamo al confine con l'Angola.

La mattina successiva raggiungiamo il villaggio Herero, visitiamo la casa del capo e veniamo accompagnati al luogo dov’è conservato il fuoco sacro degli antenati, una delle poche tradizioni ancora vive in questo popolo così come tra gli Himba.

Himba ed Herero hanno origini comuni, ma si sono allontanati a causa delle diverse vicissitudini storiche. Il popolo conosciuto come Herero arrivò nell’attuale Kaokoland intorno al XVI secolo e qui rimase fino a quando carestie e siccità costrinsero parte della popolazione a cercare zone più fertili nel resto del paese e fino in Botswana. Quelli rimasti si divisero in piccoli gruppi e si sparsero in zone sempre più isolate fino in Angola, andando a costituire i sottogruppi dell’attuale popolo Himba. Invece, coloro che lasciarono la regione originaria sono diventati i moderni Herero. 

Gli Herero hanno avuto maggiori contatti con le altre popolazioni del paese, verso la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo combatterono varie guerre contro i colonizzatori tedeschi, ma furono sconfitti e costretti ad abbandonare quasi completamente lo stile di vita tradizionale. Si fa risalire a questi eventi l’adozione da parte delle donne Herero del loro moderno costume vittoriano - con il classico copricapo a forma di corna di vacca - diventato ormai il loro abito tradizionale ma originariamente imposto dai missionari per coprire la “scandalosa” nudità.

Terminata la visita, lasciamo i doni e ripartiamo. Dopo poche centinaia di metri incontriamo il villaggio di una delle tribù strettamente imparentata con gli Himba, arrivata negli ultimi decenni dall’Angola. È giorno di festa e l’intero villaggio è invitato a banchettare con una pecora la cui carne viene bollita in un grande pentolone di ferro sul fuoco. Per l’occasione gli uomini, molti dei quali vestiti in abiti moderni, alcuni addirittura con indosso magliette di qualche squadra di calcio, si radunano intorno al fuoco mentre le donne sono dentro una capanna a preparare altro cibo. Entriamo e ci ritroviamo davanti a una scena di altri tempi. Due ragazze in ginocchio pestano del mais con una grossa pietra fino a ottenere una sorta di poltiglia che verrà utilizzate per fare il pane. Sono a petto nudo, hanno acconciature elaborate e il capo, il collo e le caviglie adornate di monili. Intorno siedono altre donne di ogni età. Ma qui il legno e il metallo usati dalle donne Himba per bracciali e collane hanno lasciato il posto alla plastica e alle perline colorate – di lontana origine portoghese -  e le pesanti gonne di pelle sono state sostituite dai più pratici e leggeri tessuti colorati in materiale sintetico venduti a basso costo nei mercati dei centri urbani. Entra poi in scena anche il capo villaggio che, come le donne, nel vestirsi unisce tradizione e modernità: indossa il tipico gonnellino, sandali e fodero del machete in pelle, una cintura in perfetto stile militare e una lunga lama di cui attribuisce l’origine ai cannoni lasciati sul territorio dall’esercito angolano durante la guerra civile. 

Tra risate, simulazioni di danze più o meno tradizionali da parte dei giovani e un ultimo scambio di doni, si conclude la nostra visita anche a questo villaggio. 

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