I nomadi del mare: miti e tradizioni delle etnie aborigene del sud-est asiatico

Nel mondo della ricerca etnografica l'espressione "nomadi del mare" o “zingari del mare” indica diverse etnie aborigene sparse nel sud-est asiatico, accomunate da un’esistenza nomade condotta su piccole imbarcazioni di legno.

I nomadi del mare non sono popoli migranti, bensì piccole comunità che fin dall’origine vivono navigando lungo le coste di un’area geografica specifica e traggono dall’ambiente marino le risorse necessarie al loro sostentamento.

A causa di questo stile di vita, le origini etniche dei nomadi di mare sono difficili da definire con precisione, ma la maggior parte di loro appartiene al gruppo malese e proviene dal sud della Cina, al seguito di lente migrazioni.
Oggi i gruppi etnici ancora esistenti sono meno di una decina, e qualche migliaio in tutto le genti che li compongono. Tuttavia, al loro interno si diversificano molto sia per i tratti etnici che per i dialetti o le tradizioni culturali.
Viaggiando lungo le coste dei paesi bagnati dall’Oceano Indiano, incontreremo i Bajau Laut del Borneo, i birmani e tailandesi Moken, gli Urak Lawoi a sud-ovest della Thailandia, e i loro cugini migrati fino alle coste dell’Indonesia alla scoperta di tecniche secolari e abitudini di una vita misteriosa tra le onde del mare.

I Bajau Laut del Borneo: un rapporto sacro e simbiotico con l’oceano

I Bajau Laut (o Bajaw) sono una comunità aborigena di origine malese che abita le coste del Mare di Celebes, nel Borneo indonesiano. Oggi vivono nei pressi delle Isole Mindanao e Sulu, nel tratto di mare compreso tra Malesia, Indonesia e Filippine.
La loro etnia appartiene a un sottogruppo malese dei Moro nativi dell'Asia sud-orientale marittima e ne ha conservato lo stile di vita marittimo.
Pur avendo delle case, cioè piccole palafitte tra le barriere coralline, trascorrono la maggior parte del tempo sull'oceano, che loro chiamano “casa”, a bordo di lunghe imbarcazioni chiamate lepa lepa. È lì che hanno scelto di vivere utilizzando la parte posteriore della barca come cucina, quella anteriore per pescare e il centro per dormire.
Di giorno e di notte navigano a vela pescando con le reti, con banali armi o semplicemente a mano essendo degli esperti apneisti. Molti di loro riescono a scendere fino a venti metri di profondità resistendo a lungo con il naso tappato da una molletta, alla ricerca di pesci, perle e cetrioli di mare. Le loro tecniche sono impressionanti, tanto quanto semplici sono gli strumenti che usano. Per esempio cacciano polpi a mani nude o staccano i frutti di mare con l'ausilio di un bastone di ferro. Al massimo fanno uso di un fucile subacqueo, regalo delle moderne tecnologie.
Tutti i membri del gruppo contribuiscono all'economia familiare, compresi i bambini che raccolgono razze, crostacei e cetrioli marini lungo le secche.
Tanto è radicata la loro inclinazione marittima che prima ancora di camminare i Bajaw imparano a nuotare, e per questo da piccoli vengono chiamati "bambini-pesce". Usanza vuole che per risolvere il problema della compensazione in acqua, a molti di loro si facciano scoppiare i timpani in tenera età.
Anche il loro immaginario di miti e leggende, così come la loro vita, è molto semplice. Tradizionalmente sono di religione islamica, ma la loro fede è intrisa di tradizioni animiste e di culti dedicati al mare. L'oceano racchiude tutta la loro cosmogonia e rappresenta una vera divinità oltre che luogo abitato da esseri soprannaturali. Ci sono spiriti nelle correnti, nelle onde e nelle maree, esseri sacri affollano le barriere coralline, le mangrovie e i fondali marini. Per questo nutrono un profondo rispetto verso il mare, che temono e amano fin dalle origini del loro popolo.
Naturalmente le cose sono molto cambiate per queste genti. Per scelta, per necessità e spesso per obbligo si sono trasferite su piccole capanne, nelle isole del Borneo. Il governo locale aveva costruito per loro degli appositi villaggi, ma i Bajau Laut li hanno abbandonati per andare sulla costa dove poter mantenere il loro rapporto quasi simbiotico con l'oceano. Perciò continuano a vivere da zingari del mare e custodiscono gelosamente le loro usanze, fino al punto che lentamente si stanno decimando.

Gli Urak Lawoi: le stesse tradizioni, mille nomi per definirsi

Questi nomadi del mare sono una popolazione di circa 6.000 individui di etnia proto-malese divisa in piccoli gruppi sparsi lungo le coste a sud-ovest della Thailandia. Oggi sono diffusi prevalentemente sulle Isole di Phuket, Koh Bulon, Phi Phi o nell’arcipelago Adang. Alcuni di loro, conosciuti come Orang laut cioè "uomini dell'acqua", si sono spinti fino in Indonesia e abitano le Isole Riau, ormai da secoli. Per definirsi e differenziarsi tra loro usano altri nomi come Orang Laut, Orak Lawoi, Lawta, Chao Tha Le, Chao Nam, e Lawoi. Tutti, però, parlano il Malay con influenze di thailandese, hanno usi e costumi molto simili, e conducono uno stile di vita nomadico in mare.

Restare se stessi dopo lo tsunami: i Moken e l’attaccamento alla propria identità

I Moken sono un'altra comunità di nomadi del mare diffusa lungo le coste della Birmania e della Thailandia. In tutto si contano circa 2.000-3.000 individui suddivisi in piccoli gruppi. Alcuni vivono nell'arcipelago Mergui, lungo le coste del Myanmar e oggi abitano, ad esempio, l’isola di Lampy o alcune aree protette a Mu Ko Surin National Park.
Il termine Moken significa "coloro che si immergono", e sono conosciuti anche come Selung, Morgan, Moklen o Mawken. Le comunità thailandesi, invece, sono identificate anche come Chow Lair, Chao Ley, cioè “gente di mare”, o Chao Nam “gente d’acqua”. Tutti appellativi che rappresentano al meglio lo stile di vita di queste popolazioni.
Secondo alcune ipotesi i Moken sarebbero originari del sud della Cina da cui sono migrati circa 4.000 anni fa, navigando verso nord dalla penisola malese, fino a raggiungere le acque dove ancora oggi vivono i pochi gruppi rimasti.
Come gli altri “pirati del mare” praticano fin dai tempi antichi uno stile di vita nomadico marittimo vivendo a bordo di piccole barche, chiamate kabang, che fungono anche da casa, cucina, luogo di culto e spazio condiviso. Si nutrono prevalentemente di pesce e frutti di mare; ciò che non viene immediatamente consumato o essiccato lo scambiano nei mercati locali per acquistare acqua potabile, riso e altri beni di prima necessità. Per pescare utilizzano strumenti molto rudimentali come lance e reti, oppure a mano con tecniche secolari che tramandano di generazione in generazione.
La loro esistenza è ritmata dalle stagioni e dalle correnti marine, durante il periodo dei monsoni vivono su imbarcazioni più resistenti, oppure si trasferiscono in capanne di bambù sulla costa.
Anche per loro qualcosa è cambiato. In seguito al terribile tsunami del 2004 la già ridotta popolazione è stata decimata e il governo è intervenuto costringendoli a trasferirsi sulla terraferma. Bisogna credergli quando affermano di aver previsto l’arrivo dello tsunami? Essi raccontano che i paguri erano agitati e scappavano nella foresta, gli uccelli predatori schiamazzavano e i pesci erano saliti in superficie nonostante il mare fosse calmo, troppo calmo e senza un alito di vento, mentre nell’aria si percepiva un’atmosfera insolita.


Forse per questo in molti riuscirono a salvarsi portando le imbarcazioni in mare aperto. La secolare esperienza gli aveva insegnato che, in caso di onde anomale, quello era paradossalmente il luogo più sicuro. Ma né i segreti degli avi, né le abilità tradizionali li hanno protetti dalla devastazione. Le istituzioni locali reagirono al disastro costruendogli dei rifugi sulla terraferma, distribuendo cibo e altri beni di primaria necessità. Ma i nomadi del mare non hanno saputo né voluto tradire le loro origini e sono tornati a vivere sulle barche.

Di fronte a questo come ad altri episodi, inclusi i tentativi di assimilarli in stili di vita “normali”, le domande sono tante. Cosa significa, oggi, vivere come un “nomade di mare”? Come reagire alla loro estinzione? Cosa pensare degli interventi governativi e della globalizzazione? Dove risiedono il torto e la ragione nella questione dell’interculturalismo e dell’antica lotta tra tradizione e modernità?
Da antropologi sappiamo bene che ci sono buone ragioni da ambo le parti, che nessuno possiede la verità e tanto meno la soluzione. L’unica cosa evidente, purtroppo sono i vincitori e i vinti.

Brunella Bonetti | Antropologa culturale, esperta in studi sull'intercultura e le relazioni di genere. Ricercatrice presso l'Università di Parigi 7 Diderot e l'IRCRES (Istituto per le Ricerche sulla Crescita Economica Sostenibile) di Torino.


Videoteca

I Bajau Laut: www.youtube.com/watch?v=CCLFoy6rG_I

I nomadi del mare - Geo del 21/11/13: http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f4d48eed-fe46-4378-9520-a5598ef66ae4.html

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