Intervista allo scrittore Luca Sciortino, autore del libro di viaggio “Oltre e un cielo in più”

Nel libro “Oltre e un cielo in più”, pubblicato da Sperling & Kupfer e in vendita su Amazon, lo scrittore Luca Sciortino racconta il suo lunghissimo viaggio dalla Scozia al Giappone senza aerei attraverso le steppe dell’Asia Centrale. Lo abbiamo intervistato per saperne di più e capire i motivi che lo hanno ispirato.

Ci racconti brevemente i dati principali del tuo viaggio: la durata, le tappe principali, con quali mezzi lo hai affrontato?

“Oltre e un cielo in più” racconta un viaggio da Occidente verso Oriente attraverso sentieri poco battuti. Sono partito dall’isola di Skye, nell’ovest della Scozia, il 15 luglio 2016 e sono arrivato in Giappone quattro mesi dopo, avendo attraversato undici nazioni.

Ho deciso di partire da un giorno all’altro, senza un piano preciso, ed ho utilizzato tutti i mezzi possibili eccetto l’aereo per raggiungere la mia meta: da vecchi treni ad autobus, da passaggi in auto a quelli di autotrasportatori. Una volta arrivato a Budapest, ho attraversato l’Ungheria e l’Ucraina fino a Kiev e da lì ho raggiunto la città di Hlukhiv, quasi al confine con la Russia. A quel punto sono entrato in quella fascia del territorio russo a nord del Mar Caspio che s’incunea tra il Kazakhstan e l’Ucraina, e l’ho attraversata fino a Saratov. Passato il fiume Volga, ho percorso il Kazakhstan in tutta la sua lunghezza fino a raggiungere le montagne del Tien Shan, che separano quel paese dalla Cina. Da lì sono risalito a nord verso Novosibirsk e Irkutsk per poi ridiscendere verso Pechino tagliando in due la Mongolia. Da Pechino mi sono spinto fino alle regioni a sud della Cina come il Guangxi, per poi andare a nord-est verso Shanghai e infine imbarcarmi per Osaka, in Giappone, e arrivare infine a Tokyo, la meta tanto agognata.
Fin dalla partenza, il mio obiettivo era costruire il mio cammino viaggiando. Così ora posso dire che la traiettoria finale del mio peregrinare non è il frutto di un piano studiato a tavolino, ma di diversi fattori, alcuni contingenti, per esempio la voglia di conoscere un luogo ben preciso, una difficoltà incontrata sulla via, il consiglio di una persona incontrata per caso. Certamente, a determinare la traiettoria finale è stata anche una spinta interiore poderosa a raggiungere il Giappone, il punto più distante a est del luogo di partenza, e un istinto ad andare in luoghi non turistici, dove l’essenza delle culture era più manifesta.

Nella quarta di copertina del tuo libro “Oltre e un cielo in più” si legge: “Quarantasette anni, un bel lavoro, tanti interessi, eppure qualcosa non va. Di fronte a una quotidianità svuotata, si fa strada il desiderio di lasciare tutto e andare, senza tappe predefinite, per il puro gusto di viaggiare”. Si può dire che questo viaggio è avvenuto in un momento particolare della tua vita? È la realizzazione di un sogno?

Credo che nella vita di tutti ci sia un momento, o forse molti momenti, nei quali ci si sente stanchi e annoiati del tran-tran quotidiano. È assolutamente normale. La specie umana è una specie di viaggiatori: è sorta in Africa ed è migrata fino a colonizzare l’intero pianeta. Non siamo adattati a vedere sempre le stesse cose: la nostra mente ha bisogno di sempre nuovi stimoli che solo i viaggi e la ricerca interiore (l’altra forma di viaggio) possono offrire. A me è accaduto di assecondare quest’istinto mettendomi in cammino, divenendo un viandante per un breve tratto della mia vita. Non era la realizzazione di un sogno perché non avevo mai pensato di fare un viaggio così lungo. Semplicemente, ho sentito che dovevo andare, come accade a molti durante la loro vita, e sono partito non sapendo bene che cosa avrei trovato sulla mia strada. Questa spinta interiore ad andare non era diversa da quella che mi faceva aprire un libro o appassionarmi a un problema. In fin dei conti, ero animato dal desiderio di vedere mutare le culture lungo la strada e quindi da un desiderio di conoscenza.

Una volta hai affermato: “Niente aerei, per vedere come cambiano i paesaggi, le culture e i popoli dalla Scozia al Giappone”. Pensi quindi sia questo il valore aggiunto di un viaggio via terra rispetto a un viaggio tradizionale? Sei partito per cercare differenze e similarità, cosa hai trovato? Ha ancora senso un viaggio in questi luoghi o il turismo di massa ha omologato tutto?

Grazie per questa bella domanda che coglie le motivazioni profonde del mio viaggio. Oggi molti partono in aereo, vengono come catapultati dopo qualche ora in una cultura diversa dalla propria, a volte condotti da un luogo turistico a un altro per poi ritornare dove erano partiti senza aver mai scambiato due chiacchiere fuori dal proprio gruppo di connazionali. Meglio di niente, se uno non può proprio fare altro. Ma il risultato è che così abbiamo semplicemente portato noi stessi in giro per il mondo e le nostre foto dei soliti luoghi si sono aggiunte a migliaia di altre poco differenti dalle nostre. Come ho accennato nel mio libro, ricordo che a Shanghai guardavo i turisti nelle vie centrali e mi chiedevo: ma queste persone sanno cosa c’è nel mezzo, in quel territorio che li separa dal posto da dove sono venute? Io venivo dalle campagne del sud della Cina, e prima ancora dalle steppe kazake e mongole, dove i pastori e i loro cani ancora lottano contro i lupi per difendere le loro greggi. È importante arrivare in un posto così lontano attraversando paesaggi e culture. I viaggi in aereo ci fanno perdere la percezione delle cose che cambiano e ci impediscono di rispondere a domande cruciali che ogni vero viaggiatore dovrebbe porsi: dove comincia l’Asia e dove finisce l’Europa? Quali sono le continuità e quali le discontinuità lungo il continente euroasiatico? Che influenza ha la geografia del territorio sui popoli lungo la via? Viaggiare senza aerei è di notevole aiuto a chi si pone domande del genere e il mio libro è anche un invito a farlo costruendo il proprio percorso spirituale sulla via. È un incitamento a essere nomadi per un tratto della propria vita.

Perché proprio in Asia e perché proprio questo tragitto?

Partendo dalla Scozia, l’Asia rappresentava ciò che era più diverso dalla mia cultura e per questo ne ero attratto. Mi piaceva l’idea di dovermi mettere in un’altra prospettiva a poco a poco, con il passare dei giorni. Inoltre, sono affascinato dai popoli nomadi dell’Asia Centrale, quelli che vivono in assenza di molti dei vincoli delle nostre società. Il loro spirito si confà al mio, che è un po’ anarcoide. Viaggiare è anche cercare sé stessi.

Puoi raccontarci il momento più saliente del viaggio, il paese che più ti ha stupito per la sua particolarità e quello che è stato una sorpresa maggiore?

In Siberia c’è un lago che spicca per grandezza nelle carte geografiche, si chiama Baikal. È come un mare, talmente è enorme. In questo lago c’è un’isola poco conosciuta dove ho trascorso alcuni giorni meravigliosi. Per saperne di più bisogna leggere il libro…

Il momento più intenso?

Di momenti intensi ce ne sono stati tanti. Uno di questi è stato quando ho visto le montagne del Tien Shan emergere improvvisamente dal deserto, tutte bianche di neve immacolata. Sapevo che dall’altra parte c’era la Cina… finalmente… quelli sono momenti che non dimentichi.

Il momento più rischioso?

Se dormi nelle stazioni o nei treni kazaki e mongoli in terza classe succede prima o poi che qualcuno viene a rubare. E tu sei solo. Nonostante questo, penso che in un viaggio senza compagni la maggior parte delle persone ti aiuta, e lo fa con piacere… Tra l’altro, la generosità e l’ospitalità sono virtù maggiormente sviluppate laddove le condizioni di vita sono difficili o dove lo stato è meno presente. Il libro racconta alcuni episodi interessanti in questo senso.

Ho letto che ti sei mosso seguendo l'onda degli incontri che facevi e le informazioni che ti davano. C'è qualcosa di interessante di cui sei venuto a conoscenza e che avresti voluto vedere senza riuscirci?

Più che altro penso che se rifacessi lo stesso percorso sarebbe tutto un altro viaggio. Ogni persona che incontri riflette la sua cultura, ma è anche un universo in sé. Il mio rammarico non è tanto quello di non aver visto certi posti, quanto il fatto che avrei voluto trascorrere più tempo con certe persone o stare di più in un certo luogo. Per esempio, il libro racconta un periodo trascorso in una iurta sperduta nella steppa mongola. Per uno che si era messo a vagabondare era interessante vivere con i pastori nomadi.

Nella descrizione del libro si parla del risvegliarsi delle tue paure ataviche in Mongolia, e di aspetti brutali del mondo contadino della Cina. Puoi anticiparci qualcosa?

In un viaggio così lungo ci sono sempre momenti in cui pensi che non ce la farai più. Allora vengono fuori le insicurezze che tutti noi portiamo dentro. Sono come fantasmi senza tempo. Nel libro racconto uno di questi momenti, avvenuto in Mongolia appunto, a parecchi gradi sotto lo zero. Per quanto riguarda la Cina, sono andato nelle regioni del sud dove vivono alcune minoranze etniche. Il libro racconta aspetti dei loro costumi che possono apparire brutali a noi europei. 

Quando viaggiamo riteniamo che il viaggio si basi in gran parte sul rapporto diretto con la gente del posto, che sia questo a permetterci di comprendere un paese e quindi che un viaggio asettico dove sfioriamo solo i luoghi sia un viaggio a metà. Qual è la tua opinione di giornalista, scrittore e viaggiatore? 

Sì, sono completamente d’accordo. Penso che nei viaggi sia cruciale parlare con le persone che si incontrano e rivolgere domande. Ci sono persone che detestano farlo, altre che si preparano per molto tempo imparando i rudimenti della lingua del paese da visitare. Io ammiro queste ultime: le lingue sono la chiave di accesso ad altre culture. Un mio amico ha imparato la lingua farsi in otto mesi e in Iran parlava discretamente con tutti. L’inglese è fondamentale perché in molte parti del mondo i giovani lo parlano benissimo.

Secondo te qual è il senso vero del viaggio?

Nei viaggi scopri che ci sono prospettive differenti dalle quali guardare il mondo, scopri altri aspetti delle cose. Queste scoperte ti insegnano a metterti nel punto di vista dell’altro, e quindi ti educano alla tolleranza, ti instillano il sospetto che esistano altri punti di vista ugualmente validi. Questa è l’essenza del viaggio: scoprire altri mondi. Lo si può fare pure leggendo un libro: quando un pensatore ci porta a scoprire una prospettiva differente allora ci fa viaggiare. I filosofi sono maestri in questo.
Non tutto lo spostarsi è un viaggiare nel senso che ho descritto. Oggi sui siti internet si moltiplicano i racconti di viaggi di persone che fanno le cose più complicate, dal giro del mondo a piedi a quello in bicicletta. Questa gara a chi fa la cosa più incredibile ha oggi migliaia di contendenti, anche perché adesso è più facile raggiungere grandi distanze. Ma quello che conta è questo: andare lì dove i valori di una cultura sono ancora intatti, vedere come e perché le culture cambiano, capire qual è il nostro posto nel mondo o guardare da lontano il posto dove viviamo per comprenderlo meglio. È questo che giustifica un viaggio lungo senza aerei non il volere competere in una gara a chi fa la cosa più sorprendente. Quest’ultimo tipo di competizione è persa in partenza: le imprese di esploratori con Roald Amundsen e Robert Falcon Scott stanno lì, insuperabili.

Quali sono i tuoi scrittori/libri di viaggio preferiti? Qualcuno che ti ha ispirato in particolare per questo viaggio e per il tuo libro?

Il mio libro di viaggio ideale contiene lo spirito libertario di Jack Kerouac e quello nomade di Bruce Chatwin ma anche la capacità di leggere i dettagli che avevano grandi pensatori viaggiatori come Johann Wolfgang von Goethe. Erano capaci di leggere dai particolari il carattere di un popolo.

Com’è nato il libro? Un passo alla volta strada facendo, dagli appunti di un taccuino di viaggio, di getto al tuo ritorno?

Mentre viaggio prendo appunti su un taccuino e scatto fotografie. “Oltre e un cielo in più” è stato costruito fedelmente su questo materiale e sui miei ricordi durante i mesi successivi al mio ritorno.

Che taglio ha il libro? È un diario di viaggio day by day, una narrazione che parla di qualche tema particolare legato alla storia o all'attualità dei paesi attraversati, oppure cerchi di rispondere anche a temi più propriamente filosofici, legati alla tua formazione e le cui risposte ti sono arrivate durante il cammino?

È la narrazione di un viaggio, una storia interiore ed esteriore nello stesso tempo. Chi legge viaggia con me, vede le cose che ho visto e parla con le persone che ho incontrato, va dalla Scozia al Giappone senza aerei. Mi piacerebbe che leggendo “Oltre e un cielo in più” si notasse sia lo spirito del giornalista che si reca nei luoghi più insoliti per trovare storie significative e denunciare, sia lo spirito del filosofo che riflette sul mondo e sull’essere umano.

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Luca Sciortino scrive reportage di viaggio e articoli per Panorama, e svolge attività di ricerca in filosofia della scienza. Per comprare il suo libro clicca qui.

 

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